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Angelo Mummolo ha creato 5 opere provocate direttamente e indirettamente dall'impero romano e 4 di argomento differente.
I titoli delle 9 opere sono i seguenti:
La Villa, dove si svolge per più di tre atti la quarta opera, è la Villa dei Gordiani a Roma al terzo miglio della via Prenestina, su entrambi i lati della via Prenestina, cioè la Villa degli imperatori romani della decadenza Gordiano I, che diventò imperatore a 80 anni, Gordiano II e Gordiano III. Però i Gordiani avevano la casa alle Carine o Carene tra la Velia e il Fagutal dalle parti del vicus sceleratus (via Frangipane), così chiamato, perché in quella via Tullia, figlia del re Servio Tullio, passò con il cocchio sopra il cadavere del padre, che schizzò sangue; i Gordiani avevano la casa, che fu di Gneo Pompeo Magno; la casa passò a Marco Antonio, che non la pagò per i suoi meriti militari e politici; qui abitò l'imperatore Tiberio, che era cognato di Antonia minore, figlia di Marco Antonio; quindi la casa esisteva ancora al tempo dei Gordiani.
Alle Carine o Carene si trovava il Tempio della dea Tellus, dove il 17 marzo 44 a.C., due giorni dopo l'assassinio di Giulio Cesare, il console Marco Antonio riunì il senato vicino a casa sua, perché era impraticabile per quella riunione il Tempio della Concordia ai piedi del Campidoglio nel Foro per la presenza sul Campidoglio dei gladiatori di Decimo Giunio Bruto Albino, congiurato. Il Tempio della dea Tellus si trovava in via Vittorino da Feltre.
Alle Carine o Carene si trovava il murus terreus Carinarum, dove era situata la casa dell'imperatore Balbino, di nomina senatoria.
Nella zona si osservano anche il belvedere Antonio Cederna e il clivo di Acilio.
Segue l'elenco di alcune vie o piazze di Roma con il nome delle corrispondenze antiche:
piazza della Consolazione = piazza della Porta Trionfale
via del Corso = via Lata = via Flaminia (da piazza Venezia a Rimini)
via del Buon Consiglio = clivus Orbius
via Frangipane = vicus sceleratus
piazza S. Pietro in Vincoli = clivus Pullius
via delle sette Sale = vicus Curvus
via Vittorino da Feltre = via del Tempio della dea Tellus alle Carine o Carene
via Madonna dé Monti = Argiletum
via Urbana = vicus Patricius
via in Selci = clivus Suburanus
via S. Martino ai Monti = tratto superiore del clivus Suburanus
L' autore ha scelto il seguente epitaffio per la sua tomba: Cecini fastos nefastosque Romae (Cantai i fasti e i nefasti di Roma). In particolare da pagina 12 a 18 con Internet Explorer viene detto perché.
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ang.mumolo@alice.it
Comunicazione valida dal 1° gennaio 2009.
Detto brevi note sulla tragedia in 5 atti di William Shakespeare intitolata "Giulio Cesare". Ovvero sia: del come ti scrivo una tragedia sulla storia romana antica, pur possedendo poche notizie sull' argomento. Essa non rappresenta la storia di Giulio Cesare, ma la congiura per assassinare Giulio Cesare e la vendetta che ne traggono i triumviri. I due monologhi di Marco Antonio sono stati resi celebri dalla formidabile interpretazione di Marlon Brando. Ma quella tragedia inganna coloro che non conoscono la storia romana, non quelli che la conoscono. L' anatema di Marco Antonio (primo monologo) richiama alla mente la maledizione che Tiresia rivela a Creonte, profetizzandogli tre suicidi di familiari per avere lasciato insepolto il cadavere di Polinice, nella tragedia Antigone di Sofocle.
Ecco i due passi:
Sofocle: «.....non compirai ancora molti giri in corsa col sole, che sarai tu a dare un morto dalle tue viscere in cambio dei cadaveri che hai gettato laggiù.....Per questi tuoi misfatti le Erinni, vendicatrici dell' Ade e degli dei, pazienti a portare rovina, ti tendono un agguato, così che tu sarai preso negli stessi mali che hai dato.....Non passerà molto tempo e sarà lamento di uomini e donne nella tua casa. Sono sconvolte dall' odio contro di te tutte le città, dove cani e fiere e alati uccelli compiono i riti funebri sulle membra lacerate, portando l' empio fetore fin dentro ai focolari. Sì, proprio come un arciere, poiché tu mi hai offeso, queste infallibili frecce scaglio sdegnato contro il tuo cuore e non sfuggirai alla loro fiamma.» (Traduzione di Massimo Cacciari, Einaudi editore, con talune mie aggiunte).
Shakespeare: «.....io scaglio la profezia: una maledizione consumerà le membra degli uomini; lotte intestine furibonde, e una feroce guerra civile strazieranno tutte le regioni d' Italia; sangue e rovine saranno così usuali, e così familiari le scene di orrore, che le madri non potranno che sorridere contemplando i figlioletti dilaniati dall' unghia della guerra; e sarà spenta ogni pietà dall' abitudine al raccapriccio. E l' anima di Cesare, balzata dall' inferno, con Ate al fianco, rovente di vendetta, andrà gridando «Distruzione!» per quelle terre, con voce di re; e scioglierà i molossi della guerra, sicché la puzza di quest' immonda impresa e delle carogne umane imploranti sepoltura, appesterà la terra.» (Traduzione di Cesare Vico Lodovici, Einaudi editore).
Il secondo monologo di Marco Antonio, noto sotto il nome di elogio funebre di Cesare, non corrisponde a quello che effettivamente pronunciò Marco Antonio, che all'inizio di esso non ricevette nessuna contestazione dai Romani, né la poteva ricevere. A dire di Shakespeare, il mantello che Cesare indossava il 15 marzo 44 a.C. (giorno del suo assassinio) lo indossò per la prima volta nell'agosto 57 a.C. (guerra dei Nervi) nel secondo anno della guerra gallica e rassomiglia all'impermeabile di Colombo, perché per 13 anni ininterrotti in guerra e in pace Cesare non ne ha effettuato il ricambio! La perla sul mantello di Cesare è preceduta da un' altra perla, migliore della precedente: «Tutti riconoscete questo mantello.» Come dire: Cesare era un pezzente e uno sozzone, perché non aveva i soldi per acquistare un nuovo mantello e perché non ha mai lavato il solo mantello che aveva!!!!! Shakespeare precisa che Antonio ricordava bene la prima volta, una sera, che Cesare indossò il mantello; e invece ricordava male, perché Antonio parteciperà alla guerra gallica soltanto tre anni dopo, nella primavera del 54 a.C.! Per sapere che cosa ha combinato Antonio dal 57 a.C. al 54 a.C., carissimo William, vai a leggerti "Le Filippiche" di Marco Tullio Cicerone, così ti farai anche delle matte risate! Carissimo William, tu che sei il principe dei drammaturghi, ti pare logico che una sera di estate, al termine della battaglia della Sambre, dopo il sudore accumulato nella giornata afosa, Cesare si sia tolto il precedente mantello e ne abbia indossato uno nuovo inamidato, appena arrivato da Roma, e non piuttosto che abbia fatto un bagno nelle acque della Sambre e si sia riposato in accappatoio e pianelle? Carissimo William, sei al corrente che i Romani facevano le guerre soltanto durante la bella stagione? E allora risolvimi questa equazione algebrica: Cesare fu assassinato durante l' inverno e vinse la guerra dei Nervi in estate; quanto pesava il mantello che Cesare indossò in tutte e due le occasioni? Era di lana o era di lino? Era pesante o era leggero? O Cesare indossava un mantello adatto per tutte le stagioni senza cambiarlo mai, come certi olii delle autovetture? Le fonti parlano di toga e di veste al momento dell'assassinio di Cesare, non di mantello; Appiano (II, 119, 499) afferma che gli assassini si avvolsero i mantelli attorno al braccio (sinistro), ricavandone uno scudo, e uscirono di corsa dalla Curia di Pompeo con le spade stillanti sangue. Poiché il mantello di Cesare fu conquistato dagli Egiziani durante la guerra alessandrina, mentre Cesare raggiungeva a nuoto il Porto Grande, portando in alto fuori dall' acqua nella mano sinistra i Commentari sulla guerra civile, carissimo William, il mantello era quello stesso indossato nella guerra dei Nervi o era la sua controfigura, considerato che sei così documentato in materia di moda e di storia romana antica? Non solo: ma oltre tre secoli dopo hai trascinato sulla via dell' influsso Mirko Jelusich, perché quest' ultimo nel suo romanzo "Caesar", traduzione dal tedesco di G. Prampolini e A. Tenca, Editore Bompiani, Milano, 1931, a pag. 459 - 460, alla vigilia dell' assassinio di Cesare, tira fuori dall' armadio il mantello imbalsamato di Cesare, indossato nella guerra dei Nervi!!!!! Ottaviano, che al momento della cremazione di Cesare si trovava ad Apollonia (Valona) per ragioni militari e che arriverà a Roma un mese e mezzo dopo l'assassinio di Cesare, a dire di Shakespeare, si trovava a Roma nel Foro all'incrocio tra la Nova via e il vicus Vestae per prendere possesso della sua carica di successore di Cesare al posto di Marco Antonio! Colleen McCullough sostiene che Marco Antonio non pronunciò nessun elogio funebre, rifacendosi a Svetonio (Divus Iulius, LXXXIV, 4), il quale riferisce che Marco Antonio come elogio funebre fece leggere dall' araldo i decreti onorifici concessi in onore di Cesare; ma io ritengo che Svetonio abbia sbagliato, omettendo di correggere da «come elogio funebre» a «durante l' elogio funebre». (Vedere Appiano, II, 143 - 148). Lo storico Dione Cassio Cocceiano (Storia romana, XLIV, 35, 4) definisce l'elogio funebre pronunciato da Marco Antonio molto bello, ma inopportuno in quella circostanza, perché Antonio, in presenza dei veterani di Cesare, si rimangiò verbalmente l'amnistia ai congiurati che aveva concesso per iscritto il 17 marzo 44 a.C. (il giorno prima) in senato, dove non entrarono i veterani di Cesare. Non è il caso di riferire la sua versione dell' elogio funebre, perché a quel tempo avevano il pallino dell' oratoria e allo storico non pare vero di aggiungere in quel punto un magnifico sproloquio. Appiano (III, 35, 138 - 139) testimonia che Marco Antonio durante l' elogio funebre si rimangiò verbalmente l' amnistia ai congiurati che aveva concesso per iscritto il giorno prima in senato. Cicerone (Le Filippiche, II, 36, 90 - 91) così apostrofa Marco Antonio: «.....fosti tu a organizzare in modo scellerato il funerale del tiranno, se di funerale s' è trattato. Tuo fu lo splendido elogio funebre, tuo il compianto, tua l' esortazione; fosti tu, sì, tu, lo ripeto, ad accendere le torce, quelle che mezzo bruciarono il corpo di Cesare e quelle che incendiarono e distrussero la casa di Lucio Bellione; fosti tu a scagliare contro le nostre case gli assalti di teppisti miserabili, schiavi in grandissima parte, che respingemmo a viva forza e con le armi. Nei giorni successivi, invece, dopo esserti per così dire pulito della fuliggine che t' imbrattava, in Campidoglio disponesti i famosi senatoconsulti.....» (Traduzione di Giovanni Bellardi, BUR, e di Bruno Mosca, Mondadori, con talune mie coordinazioni). Ciò considerato, l'elogio funebre fu all'incirca il seguente. Parte di esso Antonio avrebbe dovuto pronunciare, se avesse avuto un carattere differente e se avesse avuto me come consigliere. Peraltro, poiché sono venuto nella determinazione di eliminare notevoli parti in tutti e 5 gli atti della tragedia per ragioni di stringatezza della rappresentazione teatrale, la parte dell' elogio funebre che va dall' inizio fino all' affissione ai Rostri dell' editto contenente i nomi dei congiurati a opera dell' araldo deve intendersi cancellata. Ho eliminato anche più giù la storia della pubblicazione del testamento di Cesare e alla fine la lettura di qualche decreto onorifico. Le stesse parti devono apparire in corsivo oppure sottolineate, se il corsivo non è efficace, nella pubblicazione della tragedia presso l' editore affinché appaia chiaro che dette parti non devono essere recitate a teatro; non è possibile annullarle, perché presso l' editore non ci sono limiti di lunghezza.
Angelo Mummolo
Caio Giulio Cesare Imperatore Parte II
tragedia in 5 atti
atto V scena II
18 marzo 44 a.C. Roma, la piazza del Foro. In fondo il Mons Capitolium con le Scalae Gemoniae e il Tempio di Giunone Moneta a destra e con il Tempio di Giove Ottimo Massimo a sinistra. Ai piedi del Mons Capitolium il Tabularium, il Tempio della Concordia, l'Umbilicus Urbis, l'Ara del dio Vulcano. Sul lato destro la Curia Giulia, la Basilica Emilia con le Tabernae novae o argentariae, il piccolo Sacello di Venere Cloacina, circolare, la Colonna rostrata di Duilio, la Tomba di Romolo. Sul lato sinistro il Tempio di Saturno, la Basilica Giulia, il Tempio dei Dioscuri (Càstore e Pollùce); davanti alla Basilica Giulia il Lacus Curtius, quasi al centro un recinto con la statua di Marsia e alberi sacri (fico, olivo e vite); davanti al Tempio dei Dioscuri la mensa ponderaria e la tribuna oratoria, da cui Giulio Cesare annunciò la famosa legge agraria, come è stato riferito nella parte I atto I scena II. Davanti al Tempio della Concordia e alla Basilica Giulia i Rostri, tribuna per oratori, che prima di Cesare era stata al centro del Foro. Tra i Rostri e la Curia Giulia nei secoli successivi verrà inserito l'Arco di Settimio Severo. Accanto ai Rostri in tempo precedente Marco Antonio aveva ricollocato le statue di Silla e di Pompeo e aveva fatto incidere la relativa iscrizione. Davanti ai Rostri era stata costruita un' edicola aurea, ispirata alle forme del Tempio di Venere Genitrice innalzato nel Foro di Cesare, e in essa era stato collocato un cataletto di avorio coperto di porpora e di oro. Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, suocero di Cesare, fa portare il cadavere di Cesare dalla Domus Publica, la casa di Cesare, ai Rostri, che si trovano entrambi nel Foro. Il cadavere è trascinato a spalle da magistrati in carica e da cittadini che avevano esercitato magistrature, tra cui Marco Antonio, Lucio Marcio Filippo, patrigno di Ottaviano, e Marco Emilio Lepido. Lo scorta una moltitudine infinita di veterani di Cesare, che battono le armi sugli scudi. Coloro che trasportano il feretro lo adagiano sul cataletto. Il console Marco Antonio, preceduto da 12 littori con i fasci, sale sui Rostri e pronuncia l'elogio funebre di Cesare. I fasci sono senza le scuri, trattandosi di sfilata in Roma.
ANTONIO - Siamo convenuti tutti nel Foro per eseguire il funerale di Cesare. A pronunciare l' elogio del defunto sono stato eletto io, sia come console in carica, sia perché, lo sapete tutti, sono stato il più intimo amico di Cesare, sia perché anche io, non lo dimenticate, sono, come Cesare, un componente della Gente Giulia, per via di mia madre: infatti è comune il trisnonno, Sesto Giulio Cesare, tribuno militare nell'anno del consolato di Publio Cornelio Cetego e Marco Bebio Tamfilo, 573 anni dalla fondazione della città, 137 anni or sono. Il funerale durerà tre giorni, dovendosi utilizzare questo giorno, come d' uso, per la rievocazione delle sue imprese. Domani 19 è giorno festivo e non potrà tenersi la cremazione, quindi sarà una giornata di veglia. E dopodomani 20 si procederà alla cremazione: questa, però, non potrà avvenire qui, nel Foro, davanti ai Rostri, dove è stato posto il cataletto, perché questa tribuna è riservata agli oratori e non alla cremazione. Il senato ha deciso nella seduta del giorno 17, cioè ieri, che la cremazione di Cesare deve avvenire nel Campo Marzio, vicino al sepolcro di Giulia, la beneamata figlia di Cesare, dove è stato eretto il rogo. Quindi dopodomani 20 la salma sarà trasportata da qui al Campo Marzio per essere cremata. Coloro che recano doni, poiché un solo giorno non appare sufficiente, sono autorizzati a non osservare alcun ordine particolare e a portarli nel Campo Marzio percorrendo le strade dell'Urbe che vogliono. Oggi avremmo dovuto salutare la partenza di Cesare: egli intendeva portare la guerra ai Parti per recuperare le insegne e i prigionieri persi dal triumviro Marco Licinio Crasso nella sfortunata spedizione contro i Parti di nove anni or sono; per questo aveva mandato innanzi 16 legioni e 10000 cavalieri dall'altra parte del mare ad Apollonia. Senonché uno dei Libri Sibillini conteneva il seguente responso, e l'interprete, il quindecemviro Lucio Aurelio Cotta, l'aveva riferito fin dal luglio dello scorso anno: «I Parti potranno essere vinti se non da un re.» Per questo motivo tre giorni or sono, il giorno 15, Cesare verso l'ora quinta ha lasciato la sua abitazione di Pontefice Massimo, la Domus Publica - la vedo davanti a me giusto alla fine di questa coda di gente -, per recarsi presso la Curia di Pompeo: infatti il senato intendeva nominare Cesare re soltanto per le provincie fuori d'Italia, essendo odioso questo titolo a Roma, come auspicio per la guerra contro Parti. Ma più di 60 congiurati si sono proposti di sabotare il progetto e hanno programmato l'assassinio di Cesare prima dell'inizio della riunione del senato. Di essi soltanto 23 entrano nella Curia di Pompeo - gli altri non ne hanno diritto - e attendono che Cesare si sieda sullo scanno. Caio Cassio Longino, che ha promosso la congiura, anche se è un seguace delle teorie di Epicuro, volge lo sguardo alla statua di Pompeo e invoca l'aiuto dello spirito di Pompeo. Dà il segnale Lucio Tillio Cimbro e con il pretesto di supplicare a Cesare il ritorno del fratello esule Quinto, poiché Cesare rimanda la questione, gli afferra davanti la toga con tutte e due le mani e, tirandola giù dal collo, lo trattiene. «Ma perché esitate, amici?» grida. I congiurati, alcuni disposti dietro la sedia, altri a lato, altri di fronte, subito snudano i pugnali e si lanciano su di lui. Per primo Publio Servilio Casca Longo da dietro punta alla clavicola, ma, turbato, lo ferisce un poco sopra, alla spalla sinistra. Cesare, liberando con forza la toga dalla presa di Lucio Tillio Cimbro, si volta verso Casca, urla: «Scelleratissimo Casca, che fai?», gli afferra il pugnale, lo tiene fermo, trapassa il braccio di Casca con lo stilo che regge nell'altra mano e lo trascina via dal seggio. L' altro si rivolge in lingua greca al fratello: «Caio, aiutami!» In questo momento un altro colpisce Cesare in pieno petto. Mentre Cesare è circondato da tutti ed è teso per il movimento di torsione che sta compiendo, Caio Cassio Longino lo colpisce di traverso in faccia, Caio Servilio Casca Longo nel fianco, Bucoliano alla schiena, Decimo Giunio Bruto Albino lo passa da parte a parte sotto i lombi, tanto che Cesare si volta contro ciascuno di loro e nel frattempo versa sangue in abbondanza. Caio Cassio Longino gli vibra un altro colpo, ma non lo prende e colpisce allo mano Marco Giunio Bruto Cepione, il capo della congiura; anche Marco Giunio Bruto Cepione, a sua volta , colpendo nello stesso tempo, ferisce Caio Cassio Longino. Lucio Minucio Basilo anche lui, nel colpire Cesare, ferisce Rubrio Ruga alla coscia. Ma quando Cesare si accorge che Marco Giunio Bruto Cepione fa parte della congiura, il suo cuore si spezza ed esclama: « Anche tu, Bruto, figlio mio?» E Bruto gli infigge un colpo all'inguine. Allora Cesare, avvolgendo il capo con la toga e tirando il lembo fino ai piedi anche con la parte inferiore del corpo coperta, dopo aver ricevuto 23 pugnalate, e di queste soltanto la seconda mortale, ed emesso un solo gemito, quando gli è stato inferto il primo colpo, senza articolare altro, cade ai piedi della statua di Pompeo, e lì muore. Gli assassini tentano di parlare, ma i senatori scappano e anche gli assassini fuggono, lasciando il cadavere lì dove si trova. Il morto per qualche tempo rimane solo nella Curia, poi quattro attendenti lo mettono nella lettiga, raccolgono da terra un libello che Cesare stringeva nella mano sinistra all'ingresso e che era caduto, e lo depongono pure nella lettiga, trasportano il cadavere con un braccio penzoloni a quella Domus Publica - la vedo davanti a me giusto alla fine di questa coda di gente -, da dove era partito, e lo consegnano alla vedova Calpurnia. Ma, poiché tutti possano vedere il cadavere, come l'ho visto io, e poiché le sue ferite possano parlare a quelli che non sentono la mia voce fin lì in fondo, eccolo qui, questa macchina che rotea vi alza il simulacro di Cesare formato nella cera sul davanti e sul di dietro, guardate in quale modo lo hanno ridotto! E perché lo spettacolo sia completo, guardate, compare quest' altro macchinario, su questa pertica è issata la veste di Cesare, lacerata da 23 colpi inferti e intrisa del sangue che ne è sgorgato a fiotti. (Sbandiera la pertica.) E oltre i nomi che ho enumerato, segnate e tenete a mente, tra quelli entrati nella Curia e quelli rimasti fuori l'elenco si allunga, ed ecco i nomi degli altri congiurati: Gaio Trebonio, Servio Sulpicio Galba, Cecilio, fratello di Bucoliano, Quinto Ligario, Marco Spurio, Sestio Nasone, Lucio Ponzio Aquila, Caio Cassio Parmense, Lucio Cornelio Cinna, Gneo Domizio Enobarbo, il senatore Petronio, Publio Turullio, Pacuvio Antistio Labeone, Sestio Quintilio Varo. (Ripone sul macchinario la pertica che dispiega la veste.) Viene affisso qui ai Rostri l'editto, contenente l'elenco dei congiurati, a uso di quelli in fondo che non possano sentire. (Affigge l'editto o, meglio, in analogia con quanto risulta scritto successivamente a proposito della lettura dei senatoconsulti, dà incarico all'araldo di affiggere l'editto.) I congiurati hanno messo ai voti se dovevano assassinare anche me, intimo amico e devoto di Cesare e suo parente: Cassio era favorevole, Bruto Cepione era contrario. Si è imposto Bruto Cepione, sia che aveva paura della mia forza sia che non mi giudicava un tiranno, e a lui devo la vita. Ma era necessario non farmi entrare in senato: infatti nel momento in cui avrei visto il primo alzare il pugnale contro Cesare, mi sarei buttato sui congiurati - i soli che hanno tentato di difendere Cesare sono stati Gaio Calvisio Sabino e Lucio Marcio Censorino - e i congiurati avrebbero assassinato anche me. Ci ha pensato Gaio Trebonio a trattenermi: avevano infatti l'uomo giusto. Gaio Trebonio e io eravamo grandi amici: abbiamo comandato insieme ad Alesia il campo superiore a sud - ovest della città, dirimpetto al colle dove si era accampata l'armata di soccorso; abbiamo svernato insieme a Nemetocenna nel Belgio l'anno dopo; così abbiamo cementato una grande amicizia. Ha tirato fuori la solita storia che dopo le sofferenze della guerra civile i Romani non sarebbero ritornati vivi dalla guerra contro i Parti - aveva l'alto parere di Marco Tullio Cicerone - e sosteneva che Cesare non dovesse uscire da Roma il 18, oggi, giorno fissato per la sua partenza. Dopo le mie proteste, poiché la tirava per le lunghe e io cominciavo ad arrabbiarmi, quando ha calcolato che era passato il tempo sufficiente, mi ha detto di correre a tapparmi in casa e di evitare i gladiatori di Decimo Giunio Bruto Albino che si aggiravano dalle parti del Teatro di Pompeo, perché Cesare era stato ucciso. Mi sono messo a correre, mi sono disfatto degli abiti di console, mi sono vestito da schiavo e sono sparito di lì. Tre assassini di Cesare, Decimo Giunio Bruto Albino, Gaio Trebonio e Lucio Tillio Cimbro, dopo il funerale, fuggiranno da Roma e andranno a governare le loro provincie: Decimo Giunio Bruto Albino la Gallia Cisalpina, Gaio Trebonio l'Asia Ionica e Lucio Tillio Cimbro la Bitinia e il Ponto. Ma io ti dico, Albino, ovunque ti troverai, o a Milano, o a Piacenza, o a Verona, o a Ravenna, o a Modena, ti verrò a prendere personalmente e ti caccerò da quella terra! Stessa sorte avrete Gaio Trebonio, che mi hai salvato la vita, e Lucio Tillio Cimbro nelle vostre provincie! Il capo della congiura Marco Giunio Bruto Cepione, pretore urbano, e il promotore della congiura Caio Cassio Longino, pretore, immemori dei benefici ricevuti da Cesare, non possono fuggire da Roma, lo vieta loro la costituzione: infatti i pretori non possono allontanarsi da Roma, se non lo consente il console, cioè io, in pratica ho concesso loro gli arresti domiciliari, non c'è avvenire politico per quei due a Roma, e avranno il giusto castigo al momento opportuno. Dopo avere ucciso Cesare, Marco Giunio Bruto Cepione, alzando il pugnale insanguinato, ha gridato: «Cicerone! Cicerone! Cicerone!» Ora, se da un lato, prima dell'assassinio, il vecchio consolare è stato escluso dalla congiura per l' età, dall'altro, compiuto l' assassinio, i congiurati l' hanno fatto entrare nella congiura per crearsi un' autorità! Intendevano programmare per l'anno seguente un secondo consolato di Marco Tullio Cicerone restauratore delle antiche virtù repubblicane? E io vi dico che gli assassini di Cesare sono riusciti a impedire la guerra contro i Parti, ma nulla più hanno ottenuto. I morti di Paleofarsalo qualcuno li doveva pagare e li ha pagati. Se i congiurati pensano che con l'assassinio questo qualcuno ha terminato di pagarli, noi diciamo che non ha finito di pagarli, dato che l'assassinio è il prolungamento dell'opposizione iniziata quando è cessata la guerra gallica. Quello che è stato fatto è stato fatto. Indietro non si ritorna. Io mi auguro che Cesare all'estero non sia più famoso di quanto lo sia in Italia; per questo non lo abbiamo chiamato Caio Giulio Cesare Gallico, come si è fatto con altri comandanti che si sono distinti in altre zone. Infatti in Gallia a Gergovia è stato salvato, qui a Roma l' hanno assassinato. Della guerra gallica voglio ricordare due episodi; primo: la vittoria sugli Elvezi ha vendicato la decapitazione del console Lucio Cassio Longino e il passaggio dei Romani denudati e ricurvi sotto il giogo; secondo: il leale rispetto dei Romani dell'alleanza con gli Edui ha ingrandito l'impero romano. E come posso dimenticare il tradimento della guerra civile da parte dei pompeiani, che ha impedito al nostro impero di curare l' Oriente e di recuperare le insegne e i prigionieri persi dal triumviro Marco Licinio Crasso nella sfortunata spedizione contro i Parti? Anche gli antenati avevano dato tutto a Cesare nato per scoprire le contraddizioni delle cose. Per parte di padre Cesare si ricollegava agli dei immortali, attraverso la nonna paterna Marcia discendeva dai re. Infatti da Anchise e Venere discese Enea, da Enea e Creusa discese Ascanio o Giulio, da Ascanio o Giulio discese Cesare, componente della Gente Giulia, ma i Marzii re, alla cui famiglia apparteneva la nonna paterna Marcia, sono discesi da Anco Marzio. Sono confluiti, dunque, nella sua stirpe, il carattere sacro dei re, che hanno il potere supremo tra gli uomini, e la santità degli dei, da cui gli stessi re dipendono. E come non ricordare quel padre che, durante la prima guerra punica, nell'anno del consolato di Caio Atilio Regolo e Lucio Manlio Vulso Longo, 504 anni dalla fondazione della città, uccise un elefante, e per primo fu chiamato Cesare - infatti in lingua punica Cesare significa elefante -? Quel padre, valido rappresentante delle antiche virtù romane, non immaginava che da lui sarebbe disceso il nostro Cesare, il quale avrebbe reso celebre questo nome in tutto il mondo! Ecco, un macchinario e una pertica compaiono, in essa vi è raffigurato un grande elefante con sopra scritto: CAESAR! Ma la Vestale Maggiore mi ha consegnato il testamento di Cesare - ecco, davanti a me alla fine di questa coda di gente, c' è la casa delle Vestali -. E' successo che i familiari di Cesare ne hanno chiesto la pubblicazione. E' andata così. Ieri, giorno 17, nel Tempio della dea Tellus alle Carene si è riunito il senato - ho scelto quel Tempio per la riunione perché era il più vicino a casa mia alle Carene -, e anche questo è un segno della violenza che i congiurati mi hanno fatto, volevo riunire il senato nel Tempio della Concordia, ai piedi del Campidoglio, alle mie spalle, ma ho avuto paura: in quel momento si trovavano da quelle parti i gladiatori di Decimo Giunio Bruto Albino, che non erano ancora scesi dal Campidoglio. Dunque, la seduta era terminata e i senatori si accingevano a uscire, quando si è fatto avanti Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, l'ex - console, il suocero di Cesare, per chiedere il funerale pubblico di Cesare e la pubblicazione del suo testamento. Allora i senatori si sono riuniti di nuovo e tra minacce e diverbi hanno approvato le richieste di Pisone. Eccolo qui il testamento, adesso ve lo leggo, e prestate attenzione, perché c' è un lascito per tutti voi. Prima di tutto vi faccio presente che nel testamento Cesare ha adottato come suo figlio il pronipote Ottaviano. E, poiché lo scorso anno, dopo la vittoria in Spagna, il senato decretò che a Cesare fosse attribuito il titolo di «imperator», e che portassero questo titolo anche i suoi figli, salutiamo, dunque, tutti Ottaviano «imperator», quel ragazzo di diciannove anni che Cesare ha mandato ad Apollonia a fare il servizio militare tra le legioni delegate alla guerra contro i Parti con il grado di comandante della cavalleria. Lascia a ogni cittadino che è ancora in città un legato di trecento sesterzi e inoltre, per uso pubblico, i suoi giardini vicino al Tevere, le statue e i dipinti. Lascia il suo patrimonio al pronipote Ottaviano per tre quarti e ai nipoti fratellastri Lucio Pinario e Quinto Pedio per l'altro quarto. Come secondi eredi, nel caso i primi non accettano, ha nominato me e Decimo Giunio Bruto Albino, quello stesso che lo ha assassinato. Segue la lettura dei senatoconsulti, con cui sono stati conferiti a Cesare, a un tempo, tutti gli onori umani e divini, parte già approvati in passato, parte da approvare nei prossimi giorni.
(Come è scritto in uno dei capitoli successivi intitolato "Fatti storici", non Marco Antonio, ma l'araldo srotolò una pergamena e lesse i decreti in onore di Cesare che seguono e che sono riportati tra le due virgolette iniziali e finali. In ogni caso Marco Antonio pronuncia gli ultimi due periodi, con i quali conclude l'elogio funebre.)
«Decretiamo che per Cesare vengono attribuiti 50 giorni di supplicazioni in commemorazione della sua morte, come li abbiamo concessi in occasione di vittorie e di trionfi.
Il 13 luglio si celebri il suo giorno natalizio con rami di alloro e con cerimonie. E poiché in quel giorno cadono anche i Ludi Apollinari e poiché uno dei Libri Sibillini vieta che in quel giorno si faccia festa in onore di qualche altro dio all'infuori di Apollo, si dispone che la festa per Cesare sia anticipata al giorno precedente, il 12 luglio.
Il settimo mese dell'anno, che vide la sua nascita, non si chiami più Quintile, ma Luglio
in suo onore.
All'espressione «calendario», che lui riformò, adeguandolo non più all'osservazione della luna, ma a quella del sole, sia aggiunto l'attributo che si tratta di «calendario giuliano», e che l'anno della sua riforma, quello del consolato di Caio Giulio Cesare e di Marco Emilio Lepido, 708 anni dalla fondazione della città, venga chiamato «annus confusionis ultimus».
Al sacerdote flamine Diale, addetto al culto di Giove, al sacerdote flamine Marziale, addetto al culto di Marte, al sacerdote flamine Quirinale, addetto al culto di Quirino, sia aggiunto il sacerdote flamine Giulio, addetto al culto di Cesare.
Nei processi i giuramenti siano resi nel nome di Cesare.
Che gli venga attribuito il titolo di Padre della Patria e che tale attributo sia inciso sulle monete, una sua statua sia posta sul Campidoglio, accanto a quella degli antichi re, sopra una rappresentazione del mondo, un' altra nel Tempio di Quirino, un' altra nel Foro accanto ai Rostri, e nelle corse dei cocchi la sua statua sia portata in processione insieme a quella di Venere.
Il suo cocchio sia posto sul Campidoglio di fronte alla statua di Giove.
Ogni anno si celebri l'anniversario delle sue vittorie sui nemici, che la nuova sede del senato nel Foro si chiami «Giulia».
Gli viene concesso il diritto di essere sepolto dentro il pomerio: il decreto riguardante questo onore, inciso in lettere di oro su una stele d' argento, viene collocato ai piedi della statua di Giove Capitolino.
Nefasto sia dichiarato il giorno del suo assassinio, non sia lecito riunire il senato in tale data, murato l'ingresso del senato, chiuso il locale, dove è avvenuto l'assassinio, giorno del parricidio sia chiamato il 15 marzo.
Dinanzi al luogo dove sarà cremato si innalzi una colonna onoraria e su di essa venga incisa l'iscrizione «Al Padre della Patria». Un primo altare sorga nello stesso punto in cui verrà posta la pira. Poi nello stesso luogo un tempio sarà costruito e dedicato a lui. Nessun uomo che si rifugerà nel suo tempio per motivi di sicurezza sia bandito e mandato via.»
Quanto ai suoi successori, tutti d' ora in avanti si chiameranno «CESARE»!
Lui soltanto d' ora in avanti sarà chiamato «IL DIVINO DELLA GENTE GIULIA»!
(Marco Emilio Lepido e Lucio Marcio Filippo si congratulano con Marco Antonio per l'elogio funebre che giudicano magnifico.)
William Shakespeare non poteva prendere ad argomento gli anni dal 60 a.C. al 20 marzo 44 a.C. della storia romana antica, perché non aveva conoscenza imponente sugli stessi. Io ho riempito cinque armadi di libri sulla storia romana antica per potere scrivere le due tragedie. Perciò continuo a enumerare i fatti non veri contenuti nella tragedia di Shakespeare. Nell' atto I scena I Cesare celebra i trionfi (fine agosto 46 a.C. per 10 giorni e primi di ottobre 45 a.C.) nello stesso giorno in cui celebra la festa dei Lupercali (15 febbraio 44 a.C.), per cui Marco Antonio nello stesso giorno prima sfila da ufficiale e poi sfila nudo, secondo gli attacchi di Marco Tullio Cicerone contenuti nelle "Filippiche"! Nell' atto I scena II Cesare invita Marco Antonio nudo a toccare nella sua corsa sacrale Calpurnia, moglie di Cesare, per liberarla dalla maledizione della sua sterilità: poiché il 13 settembre 45 a.C., cinque mesi prima, Cesare aveva adottato come figlio con testamento redatto nella villa di Labicum il pronipote Ottaviano di 18 anni, che necessità c' era per Cesare, nell' economia della tragedia, di desiderare un altro figlio, neonato? Nell' atto I scena II Caio Cassio Longino racconta che Cesare gli propose di effettuare una gara di nuoto nel Tevere in una giornata rigida e ventosa e di averlo soccorso, mentre Cesare affogava. In realtà le cose andarono diversamente. Mentre Cesare attraversava l' Ellesponto dopo la battaglia di Paleofarsalo in direzione dell' Egitto, tale Lucio Cassio, sconosciuto ufficiale di Pompeo, che comandava 10 triremi, fu accolto, supplice, da Cesare, che si trovava con una flotta insufficiente, mentre poteva affondarlo. (Dio., XLII, 6, 2; Svet., Caes., 63; App., II, 88, 370 e 111, 464, che confonde lo sconosciuto Lucio Cassio con l' omonimo Caio Cassio Longino, il futuro uccisore di Cesare.) Nell' atto II scena II Cesare saluta Caio Ligario, chiamandolo per nome e cognome, commettendo un errore imputabile alla fonte, Plutarco (Vita di Bruto, 11), che attribuisce erroneamente a Ligario il nome Caio e non Quinto, quello vero. Nell' atto III scena I il senato si riunisce al Campidoglio, dove Cesare viene ucciso. (Ma la statua di Pompeo, presso cui Cesare muore, dove si trovava?) In realtà la seduta del senato avvenne nel Campo Marzio, in un' esedra del Portico di Pompeo, presso la Curia di Pompeo, e non al Campidoglio. Cassio e Bruto Cepione, compiuto l' assassinio, avrebbero contato il numero delle recite della stessa scena a teatro; invece Bruto Cepione, in particolare, gridò: «Cicerone! Cicerone! Cicerone!» Nell' atto III scena II Bruto Cepione avrebbe parlato dai Rostri per motivare il suo gesto; in realtà non vi restò a lungo, perché i Romani lo cacciarono, e Bruto Cepione fuggì sul Campidoglio. Marco Antonio porta il cadavere di Cesare: invece, nella realtà, Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, suocero di Cesare, fece trasportare il cadavere di Cesare, questo era trascinato a spalle da magistrati in carica e da cittadini che avevano esercitato magistrature e, soprattutto, il cadavere era scortato dai soldati di Cesare, che battevano le armi sugli scudi, ordinando così a Marco Antonio di non sconfessare Cesare, il suo partito e i suoi soldati nell' elogio funebre di Cesare che si accingeva a pronunciare. Nell' atto IV scena I Antonio manda alla casa di Cesare il triumviro e Pontefice Massimo Marco Emilio Lepido, in qualità di fattorino (!!!!!), a prendere il testamento di Cesare, perché Antonio lo deve falsificare in relazione ai legati troppo onerosi disposti da Cesare a favore dei Romani. Che Antonio fosse tipo da falsificare il testamento non ci sono dubbi (vedere per caso analogo Cicerone, Le Filippiche, II, 16, 40 - 42; 25, 62), ma lui non c' entrava per niente con il testamento e gli conveniva che fosse eseguito e non falsificato. Infatti Ottaviano, l' erede di Cesare, per pagare i legati di Cesare ai Romani, vendette l' eredità ricevuta da lui e dai suoi procugini coeredi, e per compiere questa operazione impiegò molto tempo, rinviando al dopo le questioni militari. In tutto questo periodo Antonio, in qualità di console, sia pure di console a scadenza, fece il bello e il cattivo tempo. I guai per lui cominciarono, quando Ottaviano, con i soldi delle vendite, pagò i legati di Cesare ai Romani, ma arruolò pure due legioni in Campania, mal equipaggiate, ma pur sempre legioni. In quel mentre arrivarono a Roma due delle legioni che avrebbero dovuto essere utilizzate per la guerra contro i Parti, e si ammutinarono, passando da Antonio a Ottaviano. Alle quattro legioni Ottaviano aggiunse una quinta arruolata a Ravenna e dintorni; per questo Antonio toccò il fondo, da cui si risollevò con il famoso triumvirato, preludio della sua estromissione. La litigata tra Cassio e Bruto Cepione dell' atto IV scena III fu sedata non dal poetastro, ma da Marco Favonio, un personaggio cinico che tirava fuori battute comiche in momenti tragici. Questi entrò di prepotenza nella tenda di Bruto Cepione, dove si svolgeva la litigata, e si mise a recitare in lingua greca il pezzo del libro I dell' Iliade di Omero, dove il vecchio Nestore si alza per mettere pace tra Agamennone e Achille. Cassio si mise a ridere a crepapelle, ma Bruto Cepione cacciò Marco Favonio fuori dalla tenda, chiamandolo in lingua greca con un gioco di parole difficile da esprimere in lingua italiana «vero cane e falso cinico». Dopo ci fu la cena di riconciliazione, alla quale Bruto Cepione non invitò Marco Favonio. Ma questi arrivò appena uscito dal bagno, che precedeva la cena. Bruto Cepione protestò e gli assegnò il posto peggiore, quello all' estrema destra, ma Marco Favonio di prepotenza si prese il posto migliore, quello di centro (Plutarco, Vita di Bruto, 34). Un ' altra volta Marco Favonio accusò Pompeo di aspirare alla tirannide, perché gli aveva impedito di assaporare i fichi di Tuscolo!!!!! (Plutarco, Vita di Cesare, 41). Shakespeare non poteva far diventare la tragedia una farsa con l'ingresso di Marco Favonio (e dopo a Bruto Cepione apparirà lo spettro di Cesare), tuttavia è stato opportuno riferire l' episodio. Infine la tragedia (atto V scena V) anche qui si conclude nelle parole di Antonio con il panegirico che risolve tutto: "Fu, Bruto, il più nobile romano fra tutti i congiurati. Tutti gli altri agirono per odio contro Cesare. Lui solo, onesto nel suo pensiero, unicamente per l' interesse pubblico ed il bene comune si unì a loro. Fu di nobile vita; e furono in lui così armonicamente commisti gli elementi naturali, che la Natura può levarsi e dire all' universo: «Questo fu un uomo»." Le cose stavano diversamente. In realtà Bruto Cepione era un usuraio che richiese l' interesse del 4 per cento al mese, cioè del 48 per cento annuo, invece dell' 1 per cento al mese, cioè del 12 per cento annuo, già pur elevato, tanto che, nell' esigere il suo credito, fece morire di fame 5 consiglieri di Salamina di Cipro. (Cicerone, Epistole ad Attico, V, 21, 10, 11, 12, 13; VI, 1, 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7). La tragedia riferisce certe cose, ma non riferisce certe altre. Nel 12 a.C. Augusto diventò Pontefice Massimo, l' anno dopo che morì Marco Emilio Lepido, che ne deteneva la carica, e riprese l' argomento della profezia sibillina, riferita sopra, causa dell' assassinio di Giulio Cesare, ignorata da Shakespeare: «I Parti potranno essere vinti se non da un re.» Secondo alcuni Augusto riprese l' argomento in un periodo precedente. La profezia fu attaccata anche da Marco Tullio Cicerone (De Divinatione, II, 110, 112). Augusto mandò al rogo i testi profetici sospetti, compresa una parte dei Libri Sibillini, e trasferì la parte salvata dal Tempio di Giove Capitolino a quello di Apollo sul Palatino, dove fu rinchiusa in due teche dorate. (Svetonio, Divus Augustus, XXXI, 1; Tacito, Annales, VI, 12). Si può pensare che Augusto mandasse al rogo pure la parte che conteneva la profezia sibillina relativa alla guerra contro i Parti. Se non l' avesse fatto, Traiano, che fece e vinse la guerra contro i Parti, improduttiva, avrebbe obiettato al quindecemviro: «Abbiamo assassinato il primo Cesare con la profezia: vogliamo assassinare anche il quattordicesimo Cesare con la profezia?» Bisogna tenere presente quello che Shakespeare ha detto, indipendentemente dal titolo dato alla tragedia. Egli intendeva riferirsi in realtà al successore di Cesare. E' stato ritenuto che Shakespeare con la sua tragedia pensasse alla regina Elisabetta, perché la stessa non aveva ancora nominato il successore. Il senso della sua tragedia è: la rivoluzione operata da Cesare ha carattere irreversibile; per ragioni di opportunità non è possibile ritornare indietro. Morto Cesare, se ne fa un altro. Ma perché? Questo William Shakespeare non lo dice. Lo spiego invece io nelle due tragedie nominate sopra. Dico meglio: William Shakespeare non ha scritto nessuna tragedia su Cesare, ma ha scritto una tragedia che ha come protagonista Marco Giunio Bruto Cepione, il capo della congiura per assassinare Cesare. Sotto questo aspetto si tratta di una vera tragedia, perché il protagonista lotta contro forze più potenti di lui e alla fine soccombe. Però Shakespeare non ha potuto dare alla tragedia il nome di "Marco Giunio Bruto Cepione", perché altrimenti il pubblico non sarebbe andato a teatro a vedere la tragedia e in libreria ad acquistare il testo del libro, e perciò è stato costretto a intitolare la tragedia "Giulio Cesare". Se la tragedia fosse stata intitolata "Marco Giunio Bruto", forse qualcuno sarebbe andato a teatro a vederla e in libreria ad acquistare il testo del libro, ma, se al titolo fosse stato aggiunto "Cepione", sicuramente nessuno ci sarebbe andato, perché "Cepione" è un nome oscuro. Ora bisogna effettuare una operazione di rinomina e attribuire alla tragedia il nome che le spetta: "Marco Giunio Bruto Cepione". Carissimo William, io ti ringrazio per avere fatto da battistrada all' argomento. Ma è ora che venga rappresentato chi sia stato Giulio Cesare.
SINOSSI DELLE OPERE
1. Giulio Cesare Completamento della Guerra Gallica di Angelo Mummolo, testo latino a fronte di.............. Al tempo dell' imperatore Augusto i commentari sulla Guerra Gallica e sulla Guerra Civile di Giulio Cesare si leggevano in continuazione come un solo libro. Oggi non è così, perché è andata perduta la parte finale dei commentari sulla Guerra Gallica. Io ho ricostruito e realizzato la parte finale. Inoltre, consultando tutte le edizioni dei commentari di Giulio Cesare nella Biblioteca Nazionale Sagarriga Visconti Volpe di Bari (una settantina), ho riscoperto «quattro parole» originali dimenticate della parte mancante. Non solo: ma gli editori attuali si ostinano a considerare il «Corpus Caesarianum» composto da quattordici commentari, quando le edizioni antiche ne comprendono tredici, facendo parte di un solo libro i primi due libri sulla Guerra Civile. La questione riguarda anche gli editori che pubblicano le traduzioni interlineari per le scuole libro per libro. Inoltre il primo libro, inteso nella sua forma originaria e non nella arbitraria suddivisione attuale in due libri, narra gli avvenimenti accaduti in un intero anno, il 49 a.C., contiene la descrizione di un capolavoro di diplomazia che permise a Cesare di recuperare l' Italia e la Spagna di Pompeo senza versare una sola goccia di sangue ed è quindi giusto che faccia libro a sé stante. E non c' è solo questo nella mia opera, ma si trovano altri argomenti: le notizie sulla Villa dei Papiri a Ercolano, dove si trova nascosta l' ultima speranza di ritrovare la parte perduta dei commentari sulla Guerra Gallica; i dati del «Corpus Caesarianum»; una disquisizione sui commentari IX, X, XI, XII, XIII; una dissertazione sui XIII commentari; gli autori dei commentari; osservazioni sugli otto commentari della Guerra Gallica; individuazione delle legioni di Cesare utilizzate nelle varie campagne militari della Guerra Gallica; gli avvenimenti narrati nel Completamento dell' VIII libro della Guerra Gallica disposti in ordine cronologico; ipotesi di individuazione delle legioni di Cesare utilizzate nelle varie campagne militari narrate nei XIII commentari (in materia di esercito l' imperatore Augusto, un anno e quattro mesi prima di morire, consegnò alle Vestali un rotolo contenente l' elenco delle sue legioni); la storia cronologica delle legioni di Cesare; gli assassini di Cesare; il luogo dell' assassinio di Cesare; un' imponente bibliografia; auspicio; assonanza di nomi; il testo del Completamento ripetuto con evidenze; le fonti latine delle evidenze per la traduzione in lingua latina.
2. Caio Giulio Cesare Imperatore Parte I, tragedia in 5 atti.
Atto I - Su richiesta di Diviziaco, capo degli Edui, popolo gallico legato da un trattato militare di assistenza con i Romani, una sorta di patto N.A.T.O. di quel tempo, Giulio Cesare rimanda indietro dalla Gallia gli Elvezi, che intendevano emigrare vicino all' Oceano, a nord della città di Bordeaux, e soprattutto gli Svevi, popolo germanico, il cui re Ariovisto pilotava trasferimenti in massa di Germani in Gallia. (58 a.C.) Atto II - Sembrerebbe a questo punto che la guerra gallica sia finita, e invece è appena agli inizi. I Belgi denunciano il trattato militare di alleanza tra gli Edui e i Romani, perché lo considerano il primo passo di Giulio Cesare per la conquista dell' intera Gallia, di cui fanno parte, e dichiarano guerra preventiva a Cesare, ma sono sconfitti nella battaglia dell' Aisne e nella battaglia della Sambre. Per reagire alla dichiarazione di guerra dei Belgi e per assicurarsi da parte dei popoli «vicini» il mantenimento delle sue due legioni arruolate per la guerra dei Belgi Cesare inizia con l' estendere la conquista all' intera Gallia del Nord, occupando l' Aremorica, che si trova a Ovest del Belgio. (57 a.C.) L' Aremorica non accetta la sottomissione e imprigiona gli ambasciatori di Cesare. Allora Cesare dichiara guerra all' Aremorica e la sconfigge in una battaglia navale sull' Oceano (nel Veneticus Sinus o, meglio, verso Lorient). Completando il disegno, sempre per reagire alla dichiarazione di guerra dei Belgi e per assicurarsi da parte dei popoli «vicini» il mantenimento delle sue due legioni arruolate per la guerra dei Belgi, a Sud occupa l' Aquitania, che si trova a Ovest della Provincia (già territorio romano), rendendo sicuri per i Romani sia il Nord che il Sud. (56 a.C.) Atto III - Gli Usipeti e i Tencteri, altri popoli della Germania, si trasferiscono in massa in Gallia. Cesare riserva loro lo stesso trattamento usato con gli Svevi di Ariovisto: li rimanda indietro. Quindi invade la Germania per punire gli Svevi, popolo germanico che ha obbligato all' emigrazione in Gallia gli Usipeti e i Tencteri. Per punire, poi, i Britanni che avevano aiutato i Galli in tutte le guerre precedenti, Cesare invade la Britannia due volte, dapprima con un' azione di ricognizione (55 a.C.) e l' anno dopo con una spedizione in grande stile, una specie di sbarco in Normandia all' incontrario, arrivando davanti alle bianche scogliere di Dover e sbarcando presso Sandwich tra Walmer e Deal. I Britanni, atterriti dall' incredibile spettacolo (più di 800 navi comparse in un solo momento), fuggono sulle alture. Al ritorno dalla Britannia, a causa della siccità, Cesare divide le legioni in vari quartieri invernali per non far pesare il sostentamento delle legioni su un solo popolo e Ambiorige, uno dei due re del popolo belga degli Eburoni, con l' inganno gli distrugge una legione e mezza che si era acquartierata ad Aduatuca. (54 a.C.) Arruolate altre tre legioni, Cesare invade una seconda volta la Germania per punire sempre gli Svevi; al ritorno dalla Germania attua una tremenda rappresaglia contro gli Eburoni di Ambiorige, sterminandoli, invitando i popoli vicini a distruggerli e cacciandoli dal loro territorio, che sarà occupato da un nuovo popolo, i Tungri, che daranno il loro nome alla città di Tongeren o Tongres, l' ex - Aduatuca, nel Belgio. Ambiorige ripara in Germania, mentre l' altro re degli Eburoni, Catuvolco, si suicida. (53 a.C.)3. Caio Giulio Cesare Imperatore Parte II, tragedia in 5 atti.
Atto I - Fallisce la missione di pace di Aulo Irzio, mandato da Cesare a Roma. (50 a.C.)4. Quattro Giorni in Villa, dramma storico in 5 atti.
Il dramma si svolge da sabato 4 luglio 1959 a martedì 7 luglio 1959. Martina, una ragazzina di circa 14 anni, che è uno spasso a sentirla, vive nell' estrema periferia degradata in una di quelle borgate costruite dal fascismo intorno a Roma, dove furono trasferiti quegli abitanti delle costruzioni abbattute nel centro per isolare ed evidenziare i monumenti dell' impero romano. Quel sabato pomeriggio Martina si reca in centro a fare una passeggiata, ma ritorna tardi per la cena. Sta per rientrare in casa preoccupata, quando sente la madre dalla finestra inveire contro di lei. Allora non rincasa e passa la notte nella vicina Villa degli imperatori romani Gordiano I, Gordiano II e Gordiano III. Nella Villa rimane, cibandosi di frutta raccolta dagli alberi, fino al lunedì pomeriggio, quando avvicina un ragazzo del suo quartiere, suo conoscente, di cui è innamorata, Guido, che si aggirava nella Villa a caccia di uccelli. Guido si dirige a casa sua per portarle la cena, ma Martina si fa scoprire dal fattore. La ragazzina e il ragazzo passano insieme nella Villa la notte e il giorno dopo fino al pomeriggio inoltrato, quando i Carabinieri li scoprono. Martina si rifiuta di ritornare a casa e viene ospitata quella sera nel convento delle Suore Adoratrici del Preziosissimo Sangue, il ragazzo invece viene rinchiuso nel carcere di Regina Coeli per ratto di minore e violenza carnale nei confronti della ragazzina, dato che questa ha meno di 14 anni. Giovedì 20 gennaio 1966, sei anni e mezzo dopo, i Carabinieri si recano all' abitazione di Guido e lo mettono in prigione, perché deve scontare una condanna ad anni due e giorni dieci di reclusione per ratto di minore e violenza carnale nei confronti di Martina, ma l' ordine di arresto non doveva essere emesso, perché nel frattempo i due giovani si erano sposati. Due anni dopo Martina abbandona Guido e i tre figli per scarsa espansività del marito e da due mesi non dà notizie di sé alla famiglia.PREMI, PUBBLICAZIONI, RAPPRESENTAZIONI
----"Reversibile" ha ricevuto una Menzione d' onore alla XII Edizione del Premio Letterario "Osservatorio" 2009 Sezione Testo teatrale inedito, con la comunicazione apparsa il 1° dicembre 2009 sul sito www.premiosservatorio.it, con la Cerimonia di premiazione per la domenica del 13 dicembre 2009 a Bari presso il teatro Kursaal Santalucia e con membri della Giuria di merito la presidentessa della Federazione Italiana Teatro Amatoriale (FITA) per la Puglia Annamaria Carella, l' attore, autore e regista teatrale Andrea Cramarossa e la presidentessa dell' Associazione culturale "Teatro Osservatorio" Giuliana Stancarone.RIFIUTI
La mia pignoleria mi impone di elencare i rifiuti che ho ricevuto prima, del resto in tale iattura sono incappati prima anche altri famosi.INDICE
Elenco delle opere: pag. 1. La tragedia "Giulio Cesare" di William Shakespeare: pag. 2. L' elogio funebre di Marco Antonio: pag. 4. Ancora sulla tragedia "Giulio Cesare" di William Shakespeare: pag. 8. Sinossi delle opere: pag. 10. Premi, pubblicazioni, rappresentazioni: pag. 19. Rifiuti: pag. 19. Indice: pag. 21.